Qualche anno fa, chiacchierando con alcuni colleghi, era emerso un dato interessante: a Milano e Roma molti studi cercavano creativi iraniani che, nonostante le difficoltà del loro contesto, mostravano un’apertura mentale e una capacità di leggere i linguaggi visivi che in Europa faticavamo a trovare.
Oggi, guardando come Teheran sta gestendo la comunicazione nel conflitto con gli Stati Uniti, quel cerchio si chiude.
Quello a cui stiamo assistendo non è solo uno scontro di forze militari o di intelligence, ma una vera e propria guerra di narrazione combattuta con i codici della cultura pop occidentale. E l’Iran, sorprendentemente, si sta muovendo con una velocità e una leggerezza che spiazzano i vecchi apparati di propaganda.
Dalla propaganda di stato al registro dei meme
Dimenticate i triti video in bassa risoluzione o i proclami solenni. La nuova strategia passa per account diplomatici che scrivono lettere aperte all’Italia con il tono sarcastico di un meme, o per collettivi che sfornano video generati con l’intelligenza artificiale dove la potenza militare americana viene ridicolizzata in estetica LEGO.
Tutto questo non è il frutto di improvvisazione ma è il risultato di una strategia ben definita, che fa dell’uso consapevole del linguaggio del “nemico”, la leva principale per scardinarne l’autorità.
Mentre gli Stati Uniti e l’Occidente restano spesso incastrati in una comunicazione istituzionale pesante e prevedibile, l’Iran ha capito che oggi la battaglia si vince sul terreno dell’attenzione. Usare il sarcasmo, citare la cultura pop e cavalcare i trend dei social media significa entrare nella conversazione globale non come un aggressore cupo, ma come un attore che parla la stessa lingua del pubblico.

Il primato del linguaggio sui mezzi
A noi non interessa in questo blog stabilire chi stia vincendo la guerra dell’informazione, ma focalizzare l’attenzione su questa vicenda, che dimostra come oggi i linguaggi contino quanto, se non più, dei mezzi a disposizione.
Puoi avere il budget più alto del mondo e controllare le piattaforme, ma se il tuo avversario è più veloce, più ironico e capace di adattare i propri messaggi al contesto in tempo reale, riuscirà comunque a orientare la percezione pubblica.
Quando un contenuto diventa virale in poche ore a costo zero, come la risposta sarcastica alle mosse diplomatiche di Washington, significa che le logiche tradizionali del marketing politico sono saltate.

Cosa resta della comunicazione nell’era dell’AI
L’uso dell’intelligenza artificiale per creare contro-narrative visive è solo l’ultimo tassello. La barriera tra realtà e finzione si è abbassata al punto che un video sintetico ben costruito può fare più danni di un’operazione militare sul campo, perché colpisce direttamente il morale e la credibilità dell’avversario e questo in Iran l’hanno capito benissimo.
Per chi si occupa di comunicazione, la lezione è chiara. In qualsiasi scenario, che sia una sfida tra brand o un conflitto geopolitico, la differenza la fa chi sa abitare il linguaggio del presente. Chi si ferma alla forza bruta della distribuzione, senza curare l’anima e il tono del messaggio, è destinato a restare un passo indietro.



