Quando l’intelligenza artificiale diventa troppo perfetta

Autenticità, attenzione e futuro della comunicazione nell’era generativa

Il 2025 verrà ricordato come l’anno del definitivo consolidamento dell’intelligenza artificiale generativa e non per la sua nascita. L’AI infatti esiste da decenni ma è in quest’anno appena passato che vediamo la sua irruzione definitiva nella produzione quotidiana di contenuti.

In una corsa continua, serrata, senza esclusione di colpi, OpenAI e Google hanno rilasciato aggiornamenti capaci di riscrivere in pochi mesi il modo in cui produciamo testi, immagini, audio e video.

Strumenti come Sora, Veo e altri agenti generativi hanno portato la qualità della creazione automatica a livelli mai visti prima.

La vera svolta, però, non è tecnologica ma culturale.


L’AI non è nuova. È nuova la sua accessibilità

Il cinema utilizza l’intelligenza artificiale da decenni: il montaggio, la color correction, il sound design, gli effetti visivi sono da tempo assistiti da algoritmi sempre più sofisticati.

Ciò che cambia oggi è l’accesso, perché quello che prima era un settore per pochi, per la prima volta, chiunque, o quasi, può usare strumenti di creazione avanzata e può diventare un creator digitale producendo:

  • testi corretti, fluidi, convincenti;
  • immagini dalla composizione perfetta;
  • infografiche chiarissime;
  • video spettacolari per ogni piattaforma.


Questo è senza dubbio un enorme supporto per chi già crea contenuti e un’opportunità concreta per chi vuole ritagliarsi una nicchia nella content economy, ma come spesso accade, l’abbondanza genera effetti collaterali.

billy ilish michael jackson - nanobana - braind

Dall’abbondanza alla bulimia di contenuti

Stiamo assistendo a un fenomeno paradossale: mai come oggi produciamo contenuti, e mai come oggi sembriamo meno nutriti culturalmente.

Molti contenuti generati dall’AI risultano:

  • simili;
  • stereotipati;
  • riconoscibili nei pattern;
  • formalmente impeccabili ma emotivamente piatti.


Anche quando l’intelligenza artificiale riesce a imitare uno stile o un tone of voice, tende a ripetere strutture narrative ricorrenti, sia nel testo che nel visual e il problema si amplifica quando entrano in gioco le allucinazioni: informazioni scorrette, dati non verificati, narrazioni convincenti ma false.

E qui accade qualcosa di interessante.


La ribellione al contenuto “troppo perfetto”

Negli ultimi mesi abbiamo iniziato a vedere una riluttanza crescente verso il contenuto perfetto, troppo pulito, troppo preciso, troppo “giusto” per essere vero.

È successo con lo spot di Natale di Coca-Cola o con quello fatto dalla RAI per Sanremo Giovani ed è successo con altre campagne che hanno sollevato più perplessità che entusiasmo.

E mentre aumentavano a dismisura contenuti e campagne fatte con l’AI (spesso solo ed esclusivamente per una questione di hype e non per altro) altri brand storici come Apple o Amaro Montenegro, hanno iniziato a dialogare, direttamente o indirettamente, con il tema dell’autenticità e del linguaggio visivo, attraverso spot in cui l’autenticità era mesa in evidenza come plus.

Non è un caso che per il lancio di Sora, OpenAI abbia scelto riferimenti cromatici e luminosi tipici della pellicola analogica 35mm, quasi a dire:

“I nostri video sono credibili perché sanno imitare l’imperfezione.”

Un messaggio potentissimo, che Open AI sapeva avrebbe fatto presa.

spot rai sanremo giovani 2025 ai braind

Autenticità come nuova valuta emotiva

Questa esigenza di autenticità si riflette anche nei social:

  • filtri bellezza rimossi o limitati;
  • sfiducia crescente verso ciò che “sembra costruito”;
  • rifiuto dei contenuti dichiaratamente finti ma spacciati per reali.

Non crediamo più a ciò che sappiamo non essere vero e quando ce ne accorgiamo, l’effetto è spesso di rigetto.

Nel frattempo, però, c’è una risorsa che diventa sempre più scarsa.


L’attenzione: la vera merce rara

Oltre all’energia e all’acqua consumate dall’AI, esiste una risorsa ancora più critica: l’attenzione.

Viviamo immersi in un rumore digitale perenne:

  • scroll infinito;
  • micro-contenuti iperstimolanti;
  • frazionamento costante dell’esperienza.

La nostra attenzione si consuma in micro-momenti di pochi decimi di secondo e la dopamina, ormai, non basta più.

Un dato su tutti:

oggi il tempo medio di conversione – il tempo che impieghiamo per decidere se acquistare qualcosa – è passato da 8 a circa 79 giorni.

Ci mettiamo settantanove giorni per decidere!!! Ma perché?


Dal funnel al Messy Middle

Qualche anno fa Google ha superato il modello classico di funnel introducendo il concetto di Messy Middle.

Quando nasce un bisogno (trigger), entriamo in un loop continuo di:

  • esplorazione;
  • valutazione;
  • confronto.

Un infinito “otto rovesciato” che riflette perfettamente la società dell’opulenza in cui viviamo.

Scegliere diventa difficile non perché manchi l’offerta, ma perché ce n’è troppa.

La decisione arriva solo quando nel cervello si attiva un click emozionale e le neuroscienze ci aiutano a comprenderlo.

Ma da sole non bastano, perché abbiamo la necessità di diventare più selettivi, più consapevoli rispetto ai contenuti che dobbiamo “consumare”. Così come cerchiamo di essere più attenti a come fare la spesa, inserendo nel carrello solo prodotti con etichette ed ingredienti di qualità, così dovremmo fare anche con i contenuti che scegliamo di leggere, vedere o ascoltare.

percorso acquisto consumatori

 L’AI oggi confonde. Domani dovrà mediare

In questo scenario, l’intelligenza artificiale, oggi, non aiuta, anzi, spesso aggiunge ulteriore rumore.

Ma il 2026 potrebbe segnare una svolta.

Ci aspettiamo:

  • un ritorno a contenuti più reali e credibili;
  • una maggiore mediazione umana dei contenuti generati:
  • algoritmi orientati alla risonanza, non alla viralità.

Il nuovo algoritmo LinkedIn 360Brew lo dimostra chiaramente: meno reach organica, più relazioni autentiche, più valore reale.


L’AI resta. Ma torniamo protagonisti noi

L’intelligenza artificiale resterà e sarà sempre più integrata nel nostro lavoro e nella nostra vita, ma tutto lascia pensare che le emozioni, l’immaginazione, le idee e la forza generativa umana torneranno al centro.

Forse non vincerà chi produce di più.

Ma chi saprà sentire meglio.

“Se l’AI ci ha insegnato a creare meglio, il prossimo passo sarà imparare a scegliere cosa vale davvero la pena creare.”

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